Sfida di Scrittura: Clap Clap

A più di un anno di distanza sono tornato su questa rubrica, scrivendo racconti secondo le direttive di chi mi segue.

Fanart in copertina di Jeanie Leung.

Buona lettura.

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“Ow, la mia testa!”

Martin si portò una mano sulla fronte, distendendo e aggrottando la pelle sotto le proprie dita, in un vano tentativo di fare passare l’emicrania che ormai aveva preso controllo della sua vita.

Il suo gemito di dolore non aveva ottenuto la risposta desiderata, così si voltò verso l’altra parte della stanza cercando con lo sguardo sua moglie Moira e fu la nuca della donna a rispondergli, seduta davanti al cassettone.

“Ow-” provò ad accennare nuovamente, tenendola d’occhio e vide il suo sguardo passare dallo scrutare il proprio volto nello specchio a lui.

“Oh, devo chiederti come va?” chiese lei, acida, tornando a cercare la minima ruga agli angoli dei propri occhi.

– Lo sapevo. – pensò lui, preparandosi all’ennesima litigata. “Non mi dispiacerebbe anche un antidolorifico, grazie.” rispose invece, cercando di apparire calmo sotto il dolore cocente che gli attanagliava la testa.

“Vattelo a prendere… o chiama Clara, io sono occupata.” rispose secca la donna, premendosi le dita lungo la pelle ricoperta di fard.

“Per caso ce l’hai con me?” chiese Martin, immaginando di inserire la mano in un alveare pieno di api.

“Perché dovrei?” fu la risposta acida. “D’altronde, non aspettavo questa cena da tre settimane, no?”

“Oddio, ti prego…” sospirò esausto l’uomo. “Ti ho già spiegato che non è una mia scelta! Non pensi che preferirei cenare con te piuttosto che presenziare all’ennesima cena di affari?”

Fece per alzarsi ma la vista gli si era offuscata, così rimase seduto con la testa tra le mani. Erano mesi che non riusciva a dormire, mangiare o semplicemente a pensare senza provare la piacevole sensazione di un ferro arroventato nel cervello.

“Oh, non lo so.” commentò lei, chiudendo con uno scatto la piccola borsa per i trucchi che teneva in grembo. “Ormai non so più cosa ti piace o meno, passo più tempo con la donna delle pulizie che con te.”

“Lo so… lo so.” concesse lui, cercando di non esplodere innervosito dal mal di testa. “Sono stato poco presente, ma questo è un contratto importante e ci stiamo lavorando da anni. Se va in porto, noi-“

“Non fare altre promesse che poi non manterrai.” lo interruppe Moira, guardandolo torvo. “Se avessi un penny per ognuna di esse…”

“…potrei prendermi una vacanza.” concluse lui, senza alzare lo sguardo fisso sui propri mocassini.

“Tu, in vacanza?” lo derise la donna. “Non riesco proprio ad immaginarlo.”

“Prova a immaginare tu a lavoro, allora.” sbottò lui, alzandosi per la prima volta. La stanza ruotava attorno a lui e si sentiva accaldato, con la fronte che scottava.

“Cosa vorresti dire con questo?”

“Io… niente, non volevo dire niente.”

Moira sbuffò, alzandosi a sua volta e avanzando verso la porta. Abbassò la maniglia e uscì, dopo aver scandito una singola parola: “Vigliacco.”.

Martin si lasciò cadere ancora una volta sulla poltrona, con piccole luci che esplodevano ai lati della propria testa per colpa dell’emicrania. Non aveva mai provato un dolore simile.

Il resto della serata sembrò una serie di diapositive con il dolore come sottofondo: Clara con la medicina, il figlio con l’ennesima pretesa, il capo il teleconferenza con pretese assurde.

All’improvviso Martin si svegliò, febbricitante e preda come sempre del dolore. Le fitte erano così intense che corse verso la porta a vetri e cadde in ginocchio sul balcone, vomitando il whisky on the rocks che si era versato un’ora prima e appoggiando la testa bollente contro la ringhiera di metallo.

Il bacio gelido del ferro fece un piccolo miracolo: sapeva benissimo che l’indomani avrebbe pagato con la propria salute questa uscita in camicia nel mese di gennaio, ma in quel momento non desiderava altro che pace.

Il freddo gli intorpidiva i sensi, compreso il mal di testa, che ora era lontano, pulsante, come una luce fioca che non accenna a spegnersi.

Nel silenzio della notte, sentì una voce cristallina, squillante come un trillo di trombe: “Caspita, sei messo malino!”

L’uomo sobbalzò sul posto e cadde a sedere sul pavimento della stanza, guardandosi attorno e ripiombando nell’abbraccio dell’emicrania.

“Sono qui, zuccone!” disse nuovamente la stessa voce, questa volta vicino alla sua testa.

Si girò sul posto e vide una piccola creatura, molto più grande di una lucciola ma con la stessa luce intermittente, volare per la stanza. Quattro ali uscivano dalle sue spalle, la testa era grande, fuori proporzione, ed era corredata di antenne come quelle delle farfalle.

La luce che emetteva arrivava da una piccola lanterna legata al suo fianco, dentro la quale ronzavano diversi insetti luminosi e sul suo volto si trovava un largo sorriso privo di denti.

“C-cosa… c-cosa s-sei?” balbettò Martin, allontanandosi carponi sul pavimento di legno.

“Chi sei sarebbe stato più carino…” mise il broncio la creatura, prima di tornare a sorridere. Sembrava umana, ma gli occhi erano simili a quelli di una mosca, con decine di sfaccettature al loro interno.

L’uomo cercò istintivamente con lo sguardo la porta, ma la creatura si trovava proprio nel mezzo e volava sul posto battendo velocemente le ali.

“Io sono Mendax, una fata.” rispose infine, facendo un piccolo inchino a mezz’aria.

“Una fata?” chiese lui, alzandosi mentre si teneva una mano sulla testa: “Sono più ubriaco di quanto non pensassi…”

“Il primo bicchiere è per la sete; il secondo, per la gioia, il terzo, per il piacere; il quarto, per la follia… eppure tu sei al quinto, per cosa bevi?”

“Sicuramente non per gioia…” bofonchiò Martin, sedendosi nuovamente sulla poltrona.

“Già, non mi sembri particolarmente giulivo.” commentò la fata, incrociando le braccia. “E neanche particolarmente intelligente…”

“Come, scusa?”

“Ho detto che non mi sembri intelligente e il fatto che abbia dovuto ripetere non gioca a tuo favore!”

L’uomo era incredulo. Era convinto che tutto quello fosse un sogno o un’allucinazione causata dall’alcool o dalla febbre. Ma essere insultato da un’allucinazione? Giammai!

“E perché mai ti sembro poco intelligente?” chiese lui, stando al gioco.

“Gli unici che fanno tante domande sono i bambini o gli stolti…” lo canzonò lei, ronzando nell’aria.

“O i filosofi…”

“Ma tu l’aria del bambino e del filosofo non ce l’hai neanche un po’…”

“Come fai a sapere che non sono un filosofo?” chiese infastidito l’uomo.

“Perché ne ho conosciuti tanti nella mia vita! E tutti hanno posto la stessa domanda…”

Martin si sentì, suo malgrado, incuriosito. Se quella era un’allucinazione, era la più elaborata e lucida che avesse mai avuto. “Quale domanda?”

Il sorriso della fata si fece più largo e gli si avvicinò. Martin poteva vedere il suo riflesso nelle decine di occhi della creatura.

“Cosa c’è dopo la morte?”

Martin si sentì un groppo in gola.

“E tu sai la risposta?”

La fata si avvicinò ancora di più, fissando l’uomo con il sguardo magnetico.

“Ma certo che no!” E scoppiò a ridere.

“Ah, ah… molto divertente” rispose sarcastico lui, alzandosi e avanzando verso il letto. “È stato un piacere parlare con te, ma domani devo lavorare, quindi…”

“Non puoi andare a letto, devi giocare con me!”

“No, non mi metterò a giocare con un’allucinazione!”

“Ma io non sono un’allucinazione!” rispose giuliva la fata.

“Come no? Le fate non esi-“

“NO!” e per la prima volta la creaturina perse il suo modo di fare sognante. “Non dire quella frase! Ogni volta che una persona dice che non crede nelle fate, ne muore una da qualche parte nel mondo!”

“Sarete pochissime, immagino…” commentò sarcastico l’uomo, seduto sul letto.

“Non ci pensiamo, perché amiamo giocare!” riprese l’altra con lo stesso tono felice.

“Non con me, però. Sono stanco…”

“Facciamo così…” propose la fata, ammiccando. “Giochiamo. Se perdi, dovrai continuare a giocare finché non vinci. Se vinci, io posso fare questo…”

E così dicendo batté le mani e il mal di testa di Martin sparì improvvisamente. Per la prima volta in mesi aveva la testa leggera, nessuna fitta, riusciva a pensare e a sorridere.

Ma il sollievo se ne andò come era arrivato: la fata batté nuovamente le piccole mani e il dolore tornò ancora una volta, più forte di prima.

“TI PREGO, FALLO SMETTERE!”

“Solo se vinci!” trillò l’altra, tutta felice.

“Va bene, va bene…” rispose Martin, cercando di pensare. “Qual è il gioco?”

“Il gioco della verità.”

“Cosa?”

“Le fate non mentono mai, per questo siamo gelose di voi uomini che lo fate con così tanta facilità…” brontolò la fatina. “Ecco il gioco: ognuno di noi dirà una verità sull’altro, il primo che mente e viene scoperto dall’altro perde. Ma se un giocatore accusa erroneamente l’altro, perde lui…”

“In che senso?”

“Oh, ma è facile. Però visto che non sei molto intelligente, ti spiego. Immagina che io dica: – Martin è alto 1 metro. – Se è una bugia, tu puoi darmi della bugiarda e se hai ragione vinci tu. Ma se non era una bugia, vinco io.”

“Ma io non ti conosco! Come faccio a sapere cose su di te?”

“Tic tac Martin!” rispose lei e batté nuovamente le mani, il dolore si fece più acuto.

“Ok, ok, va bene!” e il dolore si affievolì.

“Grande! Comincio io, vediamo…” la fatina assunse un’aria pensierosa. “Martin ha mal di testa da più di un minuto!”

“Ma così non vale!”

“Tocca a te!” rise lei melliflua.

“Ok, ok… allora…” si ritrovò a riflettere Martin. Cosa sapeva di lei? “Mendax ha quattro ali.”

“Molto bravo…” concesse la fatina. “Martin lavora nella finanza.”

“Ok… Mendax sa volare.”

L’uomo non si sentiva a suo agio. Mentre giocava il mal di testa sembrava svanire, ma continuava a chiedersi come potesse quell’essere sapere tante cose di lui.

“Esatto, alziamo un po’ il tiro.” gridò la fata, sorridendo sempre più ampiamente. “Martin ha tradito sua moglie con un’altra donna.”

“Cosa? Non è vero!”

La testa di Martin sembrò spaccarsi tanto era acceso il dolore e sentì a malapena l’altra dire: “Peccato, hai perso!”

L’uomo respirava affannosamente, doveva terminare quel gioco il prima possibile.
“Continuiamo: Mendax è una fata!”

“Esattissimo! Martin ha causato il suicidio di 7 persone.”

L’uomo si sentì mancare. Non poteva essere vero, non ci voleva credere. Ma se le fatine non potevano mentire, allora era davvero successo… ma come? Quando aveva espropriato quelle case?

“Va bene…” ammise, senza però credere alle parole della fata. C’era un modo semplice per essere sicuro che lei non potesse mentire. “Mendax non può mentire.”

“Già, purtroppo non posso.” sospirò la fatina, prima di tornare a sorridere. “Martin ha delle foto proibite nel suo hard disk.”

Il gioco andò avanti, svelando ogni piccola e grande nefandezza che aveva compiuto l’uomo, molte delle quali non ne era a conoscenza neanche lui stesso. I secondi divennero minuti, i minuti si tramutarono in ore.

Martin era esausto, ma il gioco andava avanti.

“Ti prego, basta…”

“No! Finché non vinci, non puoi smettere… o forse vuoi che chiami tua moglie e la faccia assistere alla nostra partita?”

“Non mi minacciare, mostro!”

“Allora gioca!”

“Va bene…” disse lui, minaccioso, e si alzò in piedi. “Tocca a me: non credo nelle fate.”

La fatina sobbalzò e perse il sorriso per un attimo, quindi tornò subito quella di prima. “Sbagliato, devi dire una cosa su di me!”

“Non credo nelle fate!”

“Non è così che si gioca, Martin.” rispose lei, minacciosa.

“Non credo nelle fate! Non credo nelle fate! Non credo nelle fate!”

Martin continuò a ripetere la frase, come una sorta di mantra, confidando di uccidere Mendax prima che lei lo rovinasse. Chissà quante fate c’erano al mondo?

Le prime luci dell’alba lo colsero mentre ancora ripeteva la stessa frase, sempre più stanco.

“Hai finito?” chiese Mendax, gli occhi chiusi a fessura. “Allora tocca a me: in questa casa, Martin è l’unico essere umano in vita.”

“Hai sbagliato!” gioì lui, anche se il sangue gli si gelò nel sentire la sua frase. “C’è anche mia moglie, mio figlio, la governante…”

“No, ho ragione. Quindi hai perso ancora una volta!”

“Cosa stai dicendo!? Dov’è la mia famiglia?”

“Non si gioca così, Martin.” lo avvisò nuovamente, minacciosa.

“Ok…” cercò di pensare, mentre il panico lo travolgeva. “Mendax sa dove è la mia famiglia.”

“Vero. Tocca a me: i genitori di Martin sono morti da anziani.”

“Falso! Sono entrambi in vita, vivono in Francia!”

“Hai sbagliato, hai perso.”

L’uomo aveva il respiro affannoso, ma si costrinse a continuare. “Mendax mi ha mentito sulla mia famiglia.”

“Sbagliato.”

“Ti prego… basta… non posso…”

“No, Martin… non possiamo smettere. Ho detto che avremmo continuato finché non avresti vinto, e le fate non mentono mai.”

L’uomo guardò torvo. Voleva farle male, come lei lo stava facendo a lui. “Mendax sa quante fate sono morte per causa mia.”

La fatina lo guardò torva, quindi fece un giro su stessa e batté le mani. Il mal di testa sparì come era arrivato. “Esatto! Indovinato! Hai vinto!”

L’uomo si trovò suo nonostante a sorridere, con la bocca distorta in una sorta di smorfia. “E quante sono, Mendax? Quante di voi schifose ho ucciso stanotte? Cento? Mille?”

La fatina volò verso la finestra e sorrise: “Zero, Martin. Non preoccuparti.”

“Hai mentito!” esclamò arrabbiato e felice nello stesso momento. “Hai detto che con quella frase sarebbero morte delle fate, ma hai mentito! Allora anche la mia famiglia…”

“Le fate non mentono mai, Martin.” rispose lei sorridendo senza denti. “La mia frase rimane vera: Ogni volta che una persona dice che non crede nelle fate, ne muore una da qualche parte nel mondo!”

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Questa volta le direttive erano interessanti, spero che il racconto sia piacevole. È stato un esercizio di scrittura, con duemila parole scritte in un’ora e molti dialoghi (che sono sempre difficili da fare).

Grazie a Luna per le direttive, ovvero:

Tema: Horror
Protagonosti: Fate
Frase: ” Le fate non mentono mai”

Questo racconto è anche un omaggio a Hook, uno dei film per eccellenza della mia infanzia, anche se per le fata mi sono vagamente ispirato a quelle che appaiono in Berserk (altro omaggio doveroso, parlando di Horror).

Al prossimo racconto!