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Riprendiamoci l’articolo 18

Un sondaggio condotto dall’osservatorio sul capita sociale di Demos-Coop per Repubblica ha rilevato che il 71% dei lavoratori che sono stati intervistati è favorevole ad un eventuale ripristino dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Questo dato è frutto di un sondaggio ed è giusto prenderlo con le dovute cautele. Ma fa pensare che la Corte Costituzionale abbia fatto un grande favore al governo Gentiloni (ma sopratutto a Renzi) ad non ammettere per un difetto di formulazione il referendum per il ripristino dell’articolo 18 proposto dalla Cgil con il sostegno di più di un milione di firme.

Con la cancellazione dell’articolo 18 emerge il vero volto di Renzi e del suo governo. Ma tutto ciò è stato possibile grazie ai parlamentari Pd, compresi quelli usciti.

Quando lo si è eliminato si è detto che così l’economia italiana sarebbe ripartita, si sarebbero creati nuovi posti di lavoro e gli investitori stranieri sarebbero corsi in Italia. Alla prova dei fatti non è stato così. Si è solo voluto rafforzare una prospettiva industriale ed economica del Paese in cui non si punta sulla qualità o all’immissione di tecnologia, ma solo sulla diminuzione del costo del lavoro. Perché la politica industriale ed economica degli ultimi anni lascia spazio a un vero e proprio accanimento sul fattore lavoro. I risultati di questo accanimento sono già tangibili: il peggioramento delle condizioni di lavoro sia come orari che come retribuzioni negli ultimi anni è evidente a tutti. La Cina sta puntando sulla quarta rivoluzione rivoluzione industriale, sostituendo gli operai con i robot e la nostra politica industriale è quella di ridurre i salari per aumentare la competitività come a inizi novecento.

Più passa il tempo più c’è bisogno di quella conquista di civiltà che ha impiegato vent’anni di battaglie. Da quando Di Vittorio lanciò l’idea alla definitiva approvazione della legge nel 1970, di morti e di feriti negli scontri con la polizia ce ne furono molti, anche troppi. Ma dall’approvazione dello statuto dei lavoratori tutto cambiò, nulla fu più come prima. Finì la totale subalternità dei lavoratori che preso coscienza della propria forza e dei propri diritti. Non è stato certo un caso che l’iscrizione e la forza del sindacato ebbe una vera e propria esplosione, chissà se anche i sindacalisti della Cisl se lo ricordano, dato che oggi rispolverano il vecchio slogan “il nostro statuto è il contratto”.

I diritti, una volta conquistati, non sono per sempre. Lo si è dimostrato negli ultimi anni, in molti casi si è tornati a condizioni di lavoro e diritti di 50 anni fa, senza tutele, senza ferie, senza malattia, senza un contratto e senza nessuno che possa prendere le proprie difese. Le statistiche parlano chiaro nei primi due mesi del 2017 i licenziamenti disciplinari sono aumentati del 30% rispetto ai primi due mesi del 2016 e del 64% sullo stesso periodo del 2015. Siamo solo all’inizio: man mano che la quota delle assunzioni aumenterà (perciò i lavoratori che hanno ancora l’articolo 18 si ridurranno fino a scomparire) le iscrizioni al sindacato si ridurranno a zero o avvereranno solo per l’assistenza al licenziamento. Tutto ciò ovviamente avrà ripercussioni a livello generale, anche quei lavoratori che formalmente sono garantiti né risentiranno.

Le responsabilità sono molteplici, dei sindacati che non hanno saputo stare al passo con i tempi, dei partiti di sinistra, a partire dal Partito Democratico e dalla sua deriva neo-liberista, come anche tutti i partiti della sinistra radicale che si sono divisi, frammentati e invece di far fronte comune si sono indeboliti a vicenda in una sciocca guerra interna. Una parte sostanziale di responsabilità spetta a quella parte di lavoratori che negli ultimi 20 anni, non hanno mai scioperato, mai protestato e ha accettato condizioni di lavoro peggiori dei loro colleghi “perché tanto c’è ci sta peggio di me”.

Non si può accettare che la volontà della Corte Costituzione ponga fine alle lotte che tanto sono costate ai lavoratori, il ricorso della CGIL alla Corte Europea vanno bene e la legge popolare per la Carta dei diritti universali del lavoro vanno altrettanto bene, ma questa battaglia può essere la base di una collaborazione tra le forze a sinistra del PD riunite in un unico soggetto e il sindacato, che possa portare finalmente al referendum abrogativo e che possa formare una forza di sinistra che sia credibile e veramente alternativa al Partito Democratico.

Studente alla facoltà di Economia dell'Università di Ferrara. Appassionato di politica, economia e sport.

Pubblicato il 23 maggio 2017

Fotografia di Nase tratta da wikipedia.it con licenza CC BY-SA 3.0

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