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Se Riina ha diritto ad una «morte dignitosa»

Quanto è importante avere una morte dignitosa? Abbastanza da mettere fuori dalla cella uno dei più grandi criminali della storia recente italiana, autore di molteplici omicidi e massacri, capo assoluto di una delle organizzazioni criminali organizzate più radicate e pericolose?

Accogliendo il ricorso dei legali difensori di Salvatore Riina, per anni grande e sanguinario capo di cosa nostra e oggi incarcerato sotto il regime detentivo speciale previsto dall’articolo 41 bis, la Corte di Cassazione ha aperto ad una sua possibile uscita dalla prigione per essere sottoposto agli arresti domiciliari. Per dirla in altri termini, il boss mafioso responsabile (tra le altre) delle uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, potrebbe presto lasciare la sorvegliatissima cella, rincasando nel proprio paese, tra i propri familiari.

La ragione giustificativa di una simile decisione è questa: essendo Riina ormai un uomo vecchio e bisognoso di cure, possibilmente prossimo alla morte, è un suo diritto quello di vivere l’ultimo periodo della sua esistenza in modo “dignitoso”, tra le cure e gli affetti di cui ha bisogno.

Va specificato che, al momento, tutto è ancora da decidere. Dovrà essere un tribunale, sulla base di quanto affermato dalla Cassazione, a stabilire cosa accadrà a Riina.

Ciò però non toglie che le parole messe nero su bianco dalla Corte Suprema abbiano un peso importante, abbastanza da scatenare un vero e proprio vespaio di reazioni. Dopotutto, è stato il pensiero di molti, parlare di «morte dignitosa» di un personaggio che ha cagionato morti del tutto indegne a tantissime persone suona strano, se non addirittura paradossale.

Ora, se è vero che dovrebbe essere sempre ferma la differenza tra «giustizia» e «vendetta», è vero anche che la posizione non può essere semplicemente relegata come il frutto di bassi istinti animaleschi o di insani desideri di tortura. Il ragionamento, al di là di facili slogan, è in realtà molto più fino e problematico.

Lasciando da parte tutti i giustissimi discorsi sulla possibile pericolosità di Riina, sul messaggio estremamente negativo che una sua possibile uscita di prigione potrebbe trasmettere e sull’ipotetica seconda ingiustizia che dovrebbero soffrire le vittime del boss, resta comunque da codificare al meglio cosa significhi «morte dignitosa».

Intendiamoci: se il diritto ad una «morte dignitosa» è talmente importante da giustificare un trasferimento ai domiciliari di un criminale come Riina, è del tutto lecito supporre che valga anche il contrario. Ovvero che chiunque neghi una «morte dignitosa» ad un’altra persona debba essere punito in modo uguale e contrario al trattamento che il boss mafioso, possibilmente, riceverà.

A questo punto le domande si accavallano. Morire sul lavoro per la mancanza di altri è una «morte dignitosa»? Morire a causa di sostanze inquinanti illegalmente immesse nell’ambiente è una «morte dignitosa»? Morire nella corsia di un ospedale a causa di errori medici o strutturali è una «morte dignitosa»?

Come la cronaca quasi quotidiana ci insegna, non sempre la grande ruota della giustizia finisce per funzionare come dovrebbe. A volte per mancanze, a volte per errori, a volte per malfunzionamenti genetici del sistema. Ma, alla luce del caso Riina, bisogna ora essere doppiamente attenti: non si vorrà mica assicurare il diritto ad una «morte dignitosa» ad un boss mafioso, negandone, pur involontariamente, il riconoscimento agli altri, vero?

Se, di principio, le parole della Cassazione possono anche essere condivisibili, è assolutamente necessario rendersi conto dell’effetto che queste possono avere nel mondo reale. Perché, altrimenti, c’è il rischio che passi il messaggio per cui, alla fine, la «morte dignitosa» spetti solamente a chi ha una disponibilità economica sufficiente a pagarsi gli avvocati necessari. E, lo ribadisco, se è vero che la «giustizia» non deve essere «vendetta», è vero anche che una «giustizia» in vendita non sarebbe tanto meglio.

Lavoro come fotoreporter e collaboro con alcuni quotidiani. Nel tempo libero, oltre alla fotografia, mi occupo di attualità, con particolare attenzione alla cronaca politica. Raccontare, prima che un mestiere, è una passione.

Pubblicato il 8 giugno 2017

Fotografia di TryJimmy tratta da pixabay.com con licenza CC0

Biografia di Salvatore Riina

La sentenza della Cassazione e il suo significato

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