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L’irresistibile richiamo del terrore

È un film? No no, altro che film, è tutta realtà! Un pazzo è appena sceso dalla macchina e ha iniziato ad accoltellare i passanti. Proprio lì, a due passi dal Parlamento inglese, nella centralissima Londra. Le immagini si susseguono sugli schermi delle televisioni, i presentatori leggono le ultime battute d’agenzia. Una corsa all’ultima notizia frenetica ed affannosa, che non lascia spazio per riprendere fiato. Non c’è tempo per distrarsi, sta accadendo tutto in tempo reale. Bisogna seguire. Bisogna.

Così sei lì, che cerchi di capire chi sia morto, chi sia il terrorista, perché lo abbia fatto. Mille domande e mille ipotesi. E ad un certo punto l’illuminazione: uno shampoo antiforfora. Poi l’ultimissimo telefonino, quello che scatta foto incredibili. Bisogna riaccendere un attimo il cervello per capire che il giornalista non sta più riportando l’ultima ora. Lui se ne è andato. Ora tocca alla sacrosantissima pubblicità.

Dopotutto è giusto così. In un mondo in cui tutto è spettacolo, perché il terrorismo non dovrebbe esserlo? Lo share schizza alle stelle. I social network esplodono. Persino i vetusti giornali tornano ad essere venduti. Il miracolo del sangue e delle vittime. C’è attenzione perché c’è spettacolo, c’è pubblicità perché c’è attenzione.

Ora, non ci sarebbe niente di male nella pubblicità in sé per sé. Come finanziarsi altrimenti? Il punto non è la sua presenza. Il punto è il clima in cui si inserisce e che contribuisce a creare. Un clima di surreale cinismo.

Siamo una società strana. Ci fregiamo dei più alti diritti che l’umanità abbia mai concepito, i quali assieme sanciscono il più profondo rispetto della persona umana. Poi, appena possibile, ci lasciamo tutto alle spalle, abbandonandoci agli istinti più bassi che si possano immaginare.

Davanti ai morti ed ai cadaveri ci sentiamo rinati, intrisi di nuova forza, pronti a vomitare sentenze e massime banalità. Titoliamo “Bastardi Islamici”, pensiamo “basta immigrati”, blateriamo qualcosa riguardo alla pena di morte senza processo. E lo facciamo proprio negli inframezzi pubblicitari, tra un risotto precotto e la nuovissima fragranza “per lui e per lei”.

Se non stiamo pensando a questo, stiamo pensando esattamente all’opposto. “Eh, vedrai che anche questo sarà un cittadino europeo”. “Visto? Non è con i muri che si ferma il terrorismo”. “L’accoglienza è la strategia giusta”.

Sopraffine elucubrazioni politiche. Che trascendono un piccolo dato: finita la riflessione pubblicitaria, su quello schermo ricomparirà violenza e morte. Che non ci sconvolgerà più. Anzi, ci renderà più sicuri di noi stessi. Era un cittadino europeo? “Hai visto? Avevo ragione!”. Era di fede islamica? “Ecco, cosa diranno ora i buonisti?”.

Non è tanto il terrorismo a spaventarmi. È la nostra reazione al terrorismo a sorprendermi ogni volta. Un’ottima scusa per inasprire lo scontro, aumentare le divisioni, barricarsi dietro sgangherate ideologie per coltivare i propri interessi. Politici. Personali. Ma anche economici: una buona vignetta piazzata qui. Un bel libro pubblicato là.

Il tutto condito dalla messa in scena di un vero e proprio show, con commentatori, contro-commentatori, immagini, video, esclusive. Un bombardamento che fa perdere l’orientamento: è ancora cronaca o è un telefilm? Dov’è la linea di confine? Importa davvero? Probabilmente no, a noi piace così. Un po’ confuso, quel che basta perché sia sensazionale.

Non si confonda la libertà di critica e di opinione con la mercificazione del terrore. Sono due cose molto differenti. E, a scanso di equivoci, no: non tutte le vignette e non tutti i libri sono puro, brutale lucro. La differenza, come sempre, la fa l’uomo. L’uomo che disegna. L’uomo che scrive.

Lavoro come fotoreporter e collaboro con alcuni quotidiani. Nel tempo libero, oltre alla fotografia, mi occupo di attualità, con particolare attenzione alla cronaca politica. Raccontare, prima che un mestiere, è una passione.

Pubblicato il 23 marzo 2017

Fotografia di flash.pro tratta da flickr.com con licenza CC BY 2.0

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