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Se anche il Mose fa la ruggine…

Quando si dice un colpo di scena. Se mai nella vostra vita avete pensato che una struttura sott’acqua potesse essere a rischio ruggine, non preoccupatevi. Non siete i soli. A fare l’incredibile scoperta solo recentemente sono stati anche gli addetti ai lavori per la costruzione del Mose, l’incredibile sistema di dighe mobili che dovrebbe proteggere Venezia dalle maree.

Dovrebbe, appunto, perché in realtà, a causa dell’ossidazione di alcune cerniere, l’opera potrebbe essere danneggiata ancora prima di vedere la luce. A spiegarlo è Gian Mario Paolucci, già docente di Metallurgia all’Università di Padova, durante un’intervista rilasciata all’Espresso.

Ma la verità è che le dighe che fanno la ruggine è solamente l’ultima delle surreali storie all’italiana. Sul nostro territorio nazionale probabilmente non esiste grande opera che abbia sofferto di ritardi, omissioni clamorose, scandali giudiziari, progetti sbagliati o vere e proprie tempeste giudiziarie.

Da nord a sud, da Palermo a Milano, non c’è luogo o tempo che regga. Quando si aprono gli immensi cantieri pubblici c’è da mettersi le mani nei capelli, e anche altrove (per scaramanzia). Nemmeno Expo, da più parti sbandierato come come un grandissimo successo, ne è stato immune. L’immensa area espositiva è stata conclusa oltre il tempo massimo, non ha fruttato i guadagni sperati e ad oggi è una immensa cattedrale nel deserto. Voilà.

Poi devono essere aggiunte le mille altre storie sparse per tutta la penisola. Dall’altra velocità (recentemente finita sotto la lente d’ingrandimento della magistratura) alle strade che crollano, dai cavalcavia che cedono alle enormi strutture incompiute abbandonate a loro stesse. La lista potrebbe essere lunga e per nulla gratificante.

A denunciare il pietoso stato dei lavori pubblici in Italia è stato perfino Piercamillo Davbigo, Presidente dell’Anm, il quale, in occasione dell’anniversario di Mani Pulite, ha affermato che le grandi opere «nel nostro Paese costano il doppio che all’estero e mediamente sono fatte peggio».

Ma Davigo non si ferma alla critica e va oltre. Secondo il magistrato il fenomeno sarebbe dovuto ad una causa ben precisa: la grave debolezza del nostro sistema giustizia, inadeguato a combattere efficacemente corruzione e malaffare. Leggi sbagliate, norme poco chiare, scappatoie fin troppo larghe.

Difficile dargli torto. Guardando il quadro delle grandi opere all’italiana è oltremodo chiaro che queste altro non sono che un ricettacolo di mazzette e malaffare, talvolta persino di natura mafiosa, che troppo spesso finiscono per creare danni più che guadagni.

È inutile stracciarsi le veste e gridare all’incapacità se, alla fine, molti amministratori scelgono di bloccarle do ostacolarle. È una semplice valutazione del rischio e del guadagno: se il rischio supera oltremodo il guadagno, un buon amministratore ne deduce che non è il caso. L’incapacità, semmai, sta nel pensiero opposto. Ammesso che non sia profonda malafede.

Per sbloccare la situazione giudici e tribunali devono essere dotati degli strumenti adeguati. Devono essere in grado di vigilare, controllare e punire rapidamente e seriamente chi sfrutta il denaro pubblico per loschi interessi personali.

Dovrebbe essere la politica, attraverso la sua azione legislativa, a creare e rendere disponibili questi strumenti. Ma se la politica è la stessa che sistematicamente si nasconde dietro al “fumus persecutionis” per affossare indagini e processi, allora resta davvero poco in cui sperare.

Non deve quindi meravigliare se l’insofferenza nei confronti dei grandi progetti cresce di anno in anno e non solo tra i cittadini (che, per inciso, sono coloro che finanziano con le tasse studi, progetti e lavori come a quelli del Mose). La responsabilità è prima di tutto di chi, queste opere, le vuole e le propone.

Al posto di interrogarsi su quale debba essere il prossimo intervento pubblico – possibilmente non un ponte sospeso sul mare, grazie – sarebbe ora di interrogarsi come sistemare l’intero sistema degli appalti pubblici. Magari, già che ci siamo, dando anche una risistemata all’elenco delle opere da costruire. Sono certo che rispetto ad un complesso sportivo, la messa in sicurezza di case e territori potrebbe essere più importante. Così, per dire.

Lavoro come fotoreporter e collaboro con alcuni quotidiani. Nel tempo libero, oltre alla fotografia, mi occupo di attualità, con particolare attenzione alla cronaca politica. Raccontare, prima che un mestiere, è una passione.

Pubblicato il 13 febbraio 2017

Fotografia di Magistrato alle Acque di Venezia - Consorzio Venezia Nuova tratta da Wikipedia.it con licenza CC BY 3.0

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