Lo Scribacchino

I nostri articoli

Le nostre opinioni

Le nostre rubriche

Chi siamo

Un anno di Trump
| Di:

È stato l’ex primo ministro australiano Kevin Rudd ad aver trovato l’espressione più tagliente, forse anche la più azzeccata: “In meno di un anno, l’America di Donald Trump è diventata lo zimbello (“the laughingstock” in inglese) del mondo intero”.

In questa definizione tanto vera quando cruda viene presa in causa tutta l’America di Donald Trump e non la sola figura del presidente. Il miliardario divenuto il capo della prima potenza mondiale suscita regolarmente risatine e talvolta imbarazzo, ma quel che sta succedendo al paese sotto alla sua guida è ben diverso.

Oltre un anno è passato dall’elezione a sorpresa di Donald Trump, l’8 novembre 2016, la quale è stata accolta fin da subito con diffidenza. Anche perché il mondo intero (con l’eccezione della Russia di Putin) aveva puntato sulla vittoria di Hillary Clinton e a ragione dato che la giuda Trump è il regno dell’insicurezza e dell’imprevedibilità.

L’imprevedibilità, verso la quale la diplomazia solitamente prova molta ostilità , riguarda sia quella del destino personale di Donald Trump, sempre più incerto con l’inchiesta sulla Russia Connection che procede inesorabile, sia quella per la strategia e la posizione degli Stati Uniti nel mondo, che oggi più che mai è di difficile interpretazione.

Lo scontro sociale e culturale emerso durante la campagna elettorale che è in atto negli USA e l’energia impiegata dalla Casa Bianca per difendersi dalle continue insidie di un impeachment, in altre parole una destituzione parlamentare, rischia di far indebolire e chiudere il paese sempre più in se stesso, rendendolo meno attento ai cambiamenti geopolitici del mondo.

Questo poterebbe anche essere un fatto positivo se permettesse di evitare avventure catastrofiche come l’invasione dell’Iraq decisa dall’allora presidente Bush la quale, tra le tante conseguenze che ha avuto, ha anche avviato la nascita dell’ISIS. Ma le difficoltà interne, l’incoerenza e a tratti anche l’ignoranza dell’amministrazione Trump non impediscono comunque di fare danni.

Dal suo arrivo alla Casa Bianca, il presidente miliardario ha solamente cercato di smontare i risultati ottenuti dal suo predecessore, quasi si trattasse di una questione personale. In maniera alquanto irrazionale, ha stracciato il Trattato transPacifico (Tpp), che era stato negoziato in Asia per “contenere” lo strapotere commerciale della Cina, tema che è sempre stato centrale durante la sua campagna elettorale.

Ha ritirato la partecipazione degli Stati Uniti al trattato di Parigi sul riscaldamento climatico
, dando così una grossa mano alle multinazionali del petrolio, che non a caso lo hanno sempre sostenuto, fregandosene dei dati scientifici sul surriscaldamento globale e dell’opinione del resto del mondo.

Non ha confermato l’accordo con l’Iran, di fatto indebolendo uno dei dei più grandi successi di trattative internazionali degli ultimi anni, rischiando di destabilizzare ancor di più il Medio Oriente, ma allo stesso tempo escludendo a priori ogni accordo con la Nord Corea, che a questo punto ha buone ragioni, o almeno le giustificazioni adeguate, per poter diffidare della parola del presidente degli Stati Uniti.

A questa lista già abbastanza lunga e corposa, si devono aggiungere le gravi minacce riguardo al Nafta, l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada, che comunque la si pensi a riguardo porterebbe a gravi ripercussioni sul paese da lui governato e il vicino meridionale.

Tutte queste discutibili prese di posizione da parte dell’esecutivo non sono accompagnate da una chiara strategia. Questo isolazionismo primordiale stride con la decisione di rilanciare l’impegno militare in Afghanistan: ha deciso di bombardare la Siria perché sua figlia aveva visto delle immagini impressionanti su Fox News e ha rischiato di provocare uno scontro tra il Qatar e i suoi rivali del Golfo autorizzando un’offensiva congiunta di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contro il loro rivale di Doha.

Se è vero che l’intervento indiretto in Siria ha contribuito in maniera decisiva alla sconfitta dello Stato islamico (Is) nelle roccaforti di Mosul e Raqqa, è altrettanto vero che non è stato pensato alcun piano per il dopo Isis, né in Siria né in Iraq. La questione curda in Iraq lo dimostra chiaramente.

Viene spontaneo chiedersi se capirà mai la complessità del Medio Oriente: Donald Trump si dimostra così in sintonia con il primo ministro israeliano Benjmin Netanyahu che ha spinto quest’ultimo ad accelerare la colonizzazione di Gerusalemme Est e della Cisgiordania, senza rendersi conto che così si stanno ponendo le basi per una futura guerra.

Questa miscela di dilettantismo, integralismo ideologico e la mancanza di una visione d’insieme mette sempre più fuori gioco gli USA. Non perché il paese abbia deciso così o perché non abbia più i mezzi necessari per restare il “centro” del mondo, ma perché l’incoerenza li rende sempre meno affidabili.

Il principale beneficiario di tutto ciò ovviamente è Xi Jinping, incoronato dallo stesso Trump come “re” di Cina, in maniera ironica ma carica d’ammirazione.
I dirigenti cinesi pensavano che il “declino” della superpotenza sopravvissuta alla guerra fredda fosse già nel 2008, durante la crisi dei titoli subprime e la pessima amministrazione Bush, ma con l’arrivo di Obama alla Casa Bianca e la ripresa economica si sono dovuti ricredere. Tutto questo però prima dell’arrivo al potere nel 2012 di Xi Jinping e di Donal Trump un anno fa.

Ascoltando il discorso del leader cinese al diciannovesimo congresso del partito comunista cinese, è possibile intuire che oggi Pechino sia convinta che la Cina sia pronta per tornare quella potenza mondiale che era “l’impero di mezzo”. Lo deve ai suoi notevoli sforzi compiuti negli trentanni che l’hanno fatta diventare la seconda economia al mondo, ma anche a Donald Trump che sta facendo sprofondare il suo paese in un conflitto sociale internamente ed esternamente in una condizione di disagio strategico e politico che non può che essere interpretato come un chiaro segno di debolezza.

In questo modo The Donal è riuscito ad ottenere il risultato opposto a quanto professato in campagna elettorale. Invece di rendere l’America “great agan“,
in questo anno di presidenza ha trasmesso l’immagine di un uomo che ha indebolito il proprio paese e la sua statura su scala mondiale. Chi crede ancora che gli Stati Uniti stiano tornando “great agan” con Trump? Di sicuro non Xi Jinping.

Pubblicato il 14 novembre 2017

Fotografia di Gage Skidmore tratta da wikipedia.it con licenza CC BY-SA 3.0

Potrebbe interessarti:

Un anno di Trump
| di Gabriele Corà
Il lungo inverno mediorientale
| di Gabriele Corà
Una ricostruzione che sarà difficile, se non impossibile. In medio oriente eserciti e giochi di forza continuano, quando se non più di prima, anche dopo la caduta dell'Isis. E le premesse, al momento, non paiono delle migliori.
Uscire dall’Euro ci conviene?
| di Gabriele Corà
Negli ultimi anni un tema centrale di tutte le campagne elettorali è la permanenza o meno nella l'euro. Nel caso il nostro paese uscisse dalla moneta unica quali scenari si aprirebbero?
Monte Paschi, tanti soldi ma nessuna soluzione
| di Gabriele Corà
Monte dei Paschi affonda e i cittadini pagano il conto. Se da una parte si tenta di tenere in piedi la banca come possibile, dall'altra si sa veramente poco dei progetti per il futuro. Vendita, certo. Ma a che termini? E a chi?
I robot ci ruberanno il lavoro
| di Gabriele Corà
La quarta rivoluzione industriale è già iniziata, nessuno sembra essersene interessato, ma ci sono milioni di posti di lavoro a rischio.
La dimensione del referendum del 17 aprile
| di Marco Baroncini

Chi siamo

Filippo Berto
Gabriele Corà
Marco Baroncini
Lo Scribacchino nasce come spazio di libera discussione e confronto su fatti e notizie che riguardano l'attualità nel suo senso più ampio e generale. Non siamo un giornale né un organo di informazione, scriviamo per passione. Tutti gli scritti e tutte le immagini presenti all'interno di questo sito, comprese le forme di impaginazione, appartengono a Lo Scribacchino o, dove indicato, ai legittimi proprietari. Qualsiasi utilizzo, anche parziale, senza l'esplicito consenso è vietato. Eventuali citazioni di testi o parti di testi devono esplicitamente essere riconducibili a Lo Scribacchino e al legittimo autore (dove indicato), nonché mantenere il senso e lo scopo generale del contesto da cui sono estrapolate. Per qualsiasi riferimento o informazione circa i nostri scopi e finalità è possibile visitare la sezione "Chi Siamo". Layout a cura di Marco Baroncini e Filippo Berto. Si ringrazia WordPress per gli strumenti messi a disposizione de Lo Scribacchino.
Condizioni d'Uso e Privacy