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Il lungo inverno mediorientale
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Dopo la liberazione di Mosul e di Raqqa lo Stato islamico ha perso le sue capitali in Medio Oriente (più precisamente in Iraq e Siria). Nonostante ciò, la situazione nella regione sembra essere più tesa che mai: dopo la liberazione, la ricostruzione è partita male. Gli scontri, le vittime, i profughi non sono affatto scomparsi e non accennano a diminuire.

Kirkuk è l’esempio perfetto, grande città e ricca di petrolio rivendicata sia dai curdi che dal governo centrale iracheno. Nel 2014 l’esercito iracheno è stato scacciato, senza quasi opporsi, all’avanzata dell’appena autoproclamato Califfato Islamico. I militari iracheni avevano lasciato in città gran parte delle loro armi, appena ricevute dagli Stati Uniti, e centinaia di milioni di dollari nelle casseforti della banca centrale.

Subito dopo questa clamorosa sconfitta sono stati i peshmerga, i combattenti curdi, nelle retrovie, a garantire ai profughi un minimo di strutture di base in uno stato sull’orlo della dissoluzione. Sono riusciti a liberare Kirkuk città con più di un milione di abitanti, a maggioranza curdi.

Con la conquista di questa città i curdi realizzavano sia il vecchio sogno territoriale (kirkuk è soprannominata la Gerusalemme curda) e sia si assicuravano l’accesso a importanti risorse petrolifere in grado di finanziare la regione e la resistenza curda.
Il governo regionale sapeva che una volta respinto il nemico comune (Isis) il governo centrale avrebbe rivendicato quei giacimenti petroliferi. Ed è quel che è successo in questi giorni dopo appena due mesi dalla riconquista di Mosul da parte delle forze antijihadiste.

Come nel 2014 la città è caduta questo 16 ottobre senza quasi combattere. Sono bastate poche ore all’esercito federale iracheno e alle milizie sciite per prendere il pieno controllo della città. Così la bandiera irachene è tornata a sventolare tra gli applausi dei suoi abitanti non curdi, turkmeni e arabi. Ora i campi petroliferi che per tre anni sono rimasti in mano ai peshmerga sono tornati sotto il controllo del governo centrale.

Viene naturale chiedersi come sia possibile che l’esercito che per anni ha combattuto per anni l’Isis, con scarsità di mezzi e nella generale ostilità dei suoi alleati, abbia subito una sconfitta così eclatante. Semplicemente ha valutato male i rapporti di forza nella divisione interna tra le due grandi famiglie, i Barzani e i Talabini.

Un’altro grave errore è stato far svolgere il referendum in questo momento, andando così a scontrarsi nell’ostilità generale. Il governo di Erbil, (guidato dai Barzani) la capitale della regione autonoma curda, pensava che ci fossero le condizioni politiche perché si realizzasse finalmente il sogno dei curdi: diventare indipendenti come il trattato di Sèvres aveva promesso nel 1920. Così in solo tre settimane Barzani ha organizzato un referendum sull’indipendenza il cui esito positivo era già scontato.

I curdi sono divisi in quattro stati (Iraq, Siria, Turchia ed Iran) e figurano tra i popoli più martoriati dell’ultimo secolo, costretti a non avere mai una patria propria. Un popolo senza stato.

Non c’era momento peggiore in per indire il referendum, che si è svolto con l’ostilità di tutti: ovviamente il governo di Baghdad e gli altri stati che hanno nel loro territorio una minoranza curda come Turchia e Iran. Gli occidentali che pur simpatizzando per la causa curda, ora non hanno nessun interesse a voler destabilizzare Iraq. La Cina, poi, ha il timore che questo possa fungere da precedente e aiutare la causa Tibitena e Uiguri. Persino Emmanuel Macron, presidente della Francia da sempre a sostegno della causa curda, ha cercato di dissuadere Erbil.

Barzani e il sogno dello stato curdo hanno pagato a caro prezzo l’errore di valutazione dei rapporti di forza con il governo centrale, internazionale e interno alla comunità curda, senza l’appoggio dell‘Unione patriottica del Kurdistan (Upk), che di fatto ha aperto le porte di Kirkuk alle forze di Baghdad.
Ora non è solo a rischio il sogno di uno stato sovrano curdo, che ormai sembra rimandato a data da destinarsi, ma nell’aria vi è una guerra civile simi le a quella degli anni novanta, scoppiata tra Pdk-Upk.

Il freddo inverno sta arrivando

La disastrosa gestione da parte di tutti i giocatori che hanno fatto parte del fronte anti-Isis della crisi post liberazione è un segnale di cattivo auspicio per il futuro. È evidente che né in Siria né in Iraq in tempi brevi ci sarà stabilità. Specialmente in Iraq dove il crescente ruolo delle milizie sciite nei combattimenti per la liberazione di Mosul e la conquista di Kirkuk non tranquillizza di certo le minoranze e in particolare i sunniti, la cui emarginazione aveva permesso la nascita e lo sviluppo dello Stato Islamico sulle rovine del regime di Saddam Hussein.

In Siria il rapporto di forza è di nuovo favorevole a Bashar al Assad, responsabile della rovina del paese martoriato, situazione che non può portare a nulla di buono in quanto le ferite aperte dalla rivolta democratica del 2011 non si sono rimarginate e, anzi, le fazioni armate non sono scomparse.

A livello internazionale è ancora più inquietante: gli Stati Uniti con l’amministrazione Trump non hanno una linea politica coerente nella regione. Giusto per dare un’idea, tutte le fazioni che hanno preso parte alla crisi di Kirkuk erano state armate dagli americani. La Russia di Putin, molto efficace a contrastare militarmente lo Stato Islamico, non ha una soluzione se non il ritorno degli “uomini forti”.

Se unirsi per combatte i taglia gole dell’Isis è stato (relativamente) semplice, la ricostruzione è cosa decisamente più complessa.

L’inverno mediorientale rischia di essere ancora lungo e rigido, visto che nessuno dei protagonisti è in grado di fornire o imporre una soluzione. Qualcosa che rischia di minacciare un futuro che sembrava finalmente promettente dopo la presa di Mosul e di Raqqua dalle mani da un gruppo che ha compiuto tante atrocità in Medio Oriente e nel cuore dell’Europa.

Pubblicato il 27 ottobre 2017

Fotografia di Christiaan Triebert tratta da wikipedia.com con licenza CC BY 2.0

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