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Uscire dall’Euro ci conviene?
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Le elezioni in tutta Europa si stanno avvicinando e uno dei temi centrali delle campagne elettorali sarà la permanenza o meno nell’euro-zona.
Uscire dell’Euro è come saltare giù da un’auto in corsa. Salirci è stato facile, gettarsi fuori in movimento e restarne indenni è quasi impossibile.
Sicuramente quello della moneta unica è uno strumento imperfetto che presenta sia vantaggi che svantaggi. Un’unica moneta con diverse politiche fiscali e con una scarsa mobilità della forza lavoro tra un Paese e l’altro, sposta la maggior parte del peso della crisi sui salari.
Tuttavia abbandonare l’euro adesso comporterebbe conseguenze imprevedibili. Innanzitutto dipende dalle modalità di abbandono: sicuramente un’uscita concordata con gli altri paesi europei avrebbe un impatto meno dirompente, ma anche in questo caso comporterebbe contraccolpi pesanti. Per una serie di ragioni che è giusto analizzare punto per punto:

Inflazione a doppia cifra – il livello dei prezzi aumenterà, ma è difficile dire quando e per quanto tempo. È verosimile la lira abbia un valore di almeno il 20-30% in meno rispetto l’euro. La svalutazione di per sé non è inflazione, ma è un modo per importarla. Perché avendo una moneta debole, acquistare le materie prime come grano, petrolio, semilavorati dall’estero per il prezzo dei prodotti finali. Per una serie di motivi che vedremo la Banca d’Italia sarebbe costretta a stampare moneta andando ad aumentare ulteriormente l’inflazione.
In conclusione visto che gli stipendi non crescono mai al passo dell’inflazione, specialmente se è elevata vi sarebbe, una perdita del potere d’acquisto da parte dei lavoratori.

La conversione dei titoli di stato- In base alle regole delle organizzazioni internazionali competenti in materia (International Swaps and Derivatives Association e agenzie di rating) la conversione forzata dei titoli di stato da euro a lira potrebbe costituire un “credit event” in grado di portare a un default del paese. L’Italia ha titoli di stato per 1860 miliardi di euro. Per i 50 miliardi di euro emessi sotto legislazione estera il cambio di moneta è legalmente impossibile, perciò anche dopo il passaggio alla lira l’Italia dovrebbe continuare a ripagare in dollari o euro. Per gli altri 1800 miliardi di euro bisogna distinguere tra quelli muniti di clausole di azione collettiva e quelli che ne sono sprovvisti. Per quest’ultimi il passaggio da euro a lira dovrebbe essere meno problematico. Se però la conversione avvenisse con un atto di forza unilaterale, il nostro paese subirebbe la punizione dei mercati. Per anni l’Italia si porterebbe il marchio di cattivo creditore e tutto ciò che ne comporta, quindi per ottenere soldi dagli investitori sarebbe costretta a pagare interessi molto alti.
Recuperata l’autonomia monetaria il problema potrebbe essere parzialmente risolto stampando moneta, però questo farebbe diminuire ulteriormente il valore della lira spingendo ancora di più l’acceleratore dell’inflazione.

Banche a rischio cracLe banche italiane posseggono 400 miliardi di euro tra Bot e Btp. I loro destini sono strettamente connessi con quelli del paese, in caso di ristrutturazione del debito pubblico (probabilmente allungamento della scadenza dei titoli di stato e conseguente perdita di valore di essi) è quasi certo che molti istituti non reggerebbero il colpo. Sarebbe quindi necessario un sostegno pubblico alle banche più in difficoltà, per evitare il fallimento. Già adesso il sistema bancario italiano non sta passando un grande momento a smaltire montagne di crediti deteriorati.
È utile ricordare che i Btp sono utilizzati dalle banche come garanzia nei contratti “repo” con i quali si regolano le esigenze di liquidità degli istituti.
È possibile che i titoli di stato italiani non vengono più accettati in garanzia rendendo più difficoltose le operazioni delle banche italiane nei mercati, con effetti sui tassi variabili di prestiti e mutui, prosciugando l’erogazione dei prestiti. Certo, a sostegno ci sarebbe la banca centrale che potrebbe stampare moneta, però avrebbe l’effetto di deprezzare ulteriormente la lira.
Secondo i dati della banca dei regolamenti internazionali (una specie di banca centrale delle banche centrali) le aziende non finanziarie hanno obbligazioni nei mercati internazionali per 128 milioni di dollari. Questi titoli evengono emessi in altre valute e con legislazioni di parsi esteri, perciò l’Italia nonostante il cambio valuta non potrebbe intervenire. Quindi l’azienda emittente dovrebbe continuare a pagare gli interessi in euro, dollari o altre valute, mentre i ricavi resterebbero in lire. Non è detto che le aziende sarebbero in grado di reggere il colpo. E anche in questo caso sarebbe necessario l’intervento pubblico per evitare il tracollo economico.

Una moneta più debole aiuta le esportazioni- Perché i prodotti risultano meno cari nei paesi che adottano una moneta forte. Prima dell’entrata nell’euro l’Italia ha fatto uso e abuso delle così dette “svalutazioni competitive” per dare una scossa all’economia.
Da allora è cambiato il mondo, è arrivata la globalizzazione e oggi quasi tutta la produzione è su filiere globali, non più nazionali. Le aziende comprano materie prime e semilavorati da tutto il mondo. Di conseguenza una moneta debole farebbe costare di più l’acquisto dei prodotti finali. Nulla vieta a un’azienda italiana di fare i propri acquisti nel territorio nazionale, ma non è sempre possibile, specialmente quando si riducono prodotti di alta qualità. Anche perché il costo della manodopera italiana non potrà mai essere competitiva con quella dei paesi asiatici, perciò cercare di far aumentare le esportazioni abbassando il costo dei prodotto e non puntando sulla qualità è quanto meno utopistico.
Non sembra che il made in Italy risenta del “peso” dell’euro. Anzi nel 2016 il surplus commerciale è stato il più alto degli ultimi 25 anni. Le esportazioni sono state spinte grazie allo spostamento della produzione di prodotti di fascia alta, dove il prezzo incide poco sulle spelte dell’acquisto, conta molto di più la qualità.

Pubblicato il 11 maggio 2017

Fotografia di Avij tratta da wikipedia.com con licenza Pubblico Dominio

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