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Anche nel 2017 i videogiochi insegneranno la violenza a milioni di ragazzi
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Se state leggendo e non sentite già l’impellente necessità di uccidere qualcuno, i casi sono due. Primo: non avete mai toccato un videogioco. Secondo: avete toccato qualche videogioco, ma siete misteriosamente resistiti al richiamo della violenza. Ah, poi c’è anche una terza possibilità, ma questa conta davvero poco: siete persone normali ed intelligenti, ancora in grado di distinguere il reale dal virtuale e le opinioni dalle esche per citrulli.

Il mondo malato dei videogiochi – Se passi del tempo davanti ai videogiochi rischi, prima o poi, di diventare un pazzo assassino dedito alla violenza gratuita. Ormai è solo questione di tempo: anche nel 2017 avremmo qualche brutto fatto di cronaca che, in un modo o nell’altro, verrà ricondotto all’offerta del mondo videoludico. Fidatevi: basta attendere pazientemente. «Ha ucciso i genitori come in GTA, ecco cosa insegnano ai giovani quei giochi». «Li ha massacrati con un’ascia, lo ha imparato da Skyrim». Eccetera eccetera. Chiaramente se un ragazzo impugna un coltello o un’ascia è perché lo ha visto fare nei videogiochi. Non certo nei film che, settimana dopo settimana, si susseguono nelle sale cinematografiche. Quelli sono tutti educativi, per carità. Tantomeno nei telegiornali, sempre attenti a non rendere la violenza sensazionale. Figuriamoci poi se c’entra qualcosa l’educazione impartita al povero ragazzo. Caso chiuso, è colpa dei videogiochi.

A proposito, ci avete mai giocato? – Poi ti capita: prendi in mano un videogioco e ti piace. Rabbrividisci. Quanto manca al tuo personalissimo massacro? Quanti ne farai fuori senza alcuna pietà? Lo attendi in preda al panico ed alla disperazione, ma questo non arriva. Improvvisamente non hai nemmeno più il coraggio di uccidere quella maledetta zanzara. Niente di niente. E allora ti salta in mente una domanda: sarà mica che la colpa non è dei videogiochi? Forse c’entra qualcosa il fatto che, a livello culturale, il videogioco è ancora vissuto come una sciocchezza, una forma di intrattenimento spicciolo e senza spessore che, di conseguenza, è più facile da additare e screditare dinnanzi ad un’opinione pubblica tendenzialmente arcaica? Voglio dire, immaginatevi se qualcuno avesse il coraggio di collegare un omicidio per vendetta a, chessò, la Divina Commedia. Sì, la Divina Commedia insegna a punire violentemente i colpevoli. Già si sentono le grida che inneggiano -giustamente- all’eresia. Eppure l’inferno dantesco, il meraviglioso inferno dantesco, non è proprio una passeggiata fra campi in fiore.

Immersione, bellezza! – Ma i videogiochi hanno una particolarità: permettono al giocatore di compiere volontariamente azioni. Rubare automobili. Sparare. Accoltellare. Perfetto, tutto vero. Bastano 5 minuti in internet per trovare studi su studi che giurano che il problema sia proprio questo: il videogioco immerge e, di conseguenza, porta a comportarsi come nel gioco. Se aggiungete altri 5 minuti di ricerca scoprirete di studi che sostengono con forza il contrario, ma lasciamo perdere. Il punto è un altro. Comprereste mai un film porno ad un bambino di 6 anni che, passeggiando dentro una delle poche videoteche ancora in vita, fa i capricci più inimmaginabili per averlo? Quasi sicuramente no. Eppure un film, magari d’animazione, glielo comprereste, perché non tutti i film sono necessariamente porno. Perfetto. Sorpresa delle sorprese, la stessa cosa vale per i videogiochi. Ebbene sì, ce ne sono di violenti, ma anche di non violenti. Ce ne sono per adulti, ma anche per più piccoli. Se un bambino mette le mani su un film porno o sull’ultimo gioco di guerra pieno di sangue, il problema non è del mondo cinematografico o videoludico. Il problema sta in chi glielo ha comperato o glielo ha venduto. Esistono delle leggi e dei consigli. Rispettarli, magari? A riprova di ciò, stanno piano piano prendendo piede videogiochi pensati per fini educativi. No, non l’educare alla rapina a mano armata, ma alla storia, alla geografia, alla letteratura. Incredibile, vero?

Da quanti secoli ci massacriamo per una noce? – Il problema della violenza nella specie “uomo” è uno di quelli seri. Molto seri. Massacri ed omicidi sono sempre stati all’ordine del giorno, secolo dopo secolo. Chiedetelo alla Chiesa Cattolica, da sempre molto attenta ai contenuti videoludici.  Lei ne sa a palate. Con o senza Playstation, “imparare la violenza” è cosa fin troppo semplice. Lo scontro, specialmente quello scorretto, permea le nostre relazioni. Ieri come oggi. Additare i videogiochi è ipocrisia di bassa lega, che si regge su di una fitta coltre di ignoranza e pregiudizio. Accusare il celeberrimo GTA di trasformare anime pie in pericolosi criminali è folle. Se così fosse, a fronte delle 75 milioni di copie distribuite, il mondo intero dovrebbe essere in guerra. Certo, è vero che quasi quasi ci siamo. Ma è vero anche che questo clima esiste almeno dagli inizi del secolo scorso. Quando GTA non era nemmeno nei pensieri del suo creatore. Quindi, quale sarebbe la colpa di GTA? L’essere venduto e giocato da chi, leggi alla mano, non dovrebbe nemmeno conoscerne l’esistenza? O l’essere imitato da chi chiaramente bisognoso d’aiuto, medico e psichico, invece che essere abbandonato a se stesso? Se vogliamo parlare di quanto la violenza sia ancora diffusa nella nostra società facciamolo. E facciamolo chiamando in causa anche i videogiochi, per carità. È giusto. Ma senza dimenticare tutti gli altri mezzi che usano la violenza per intrattenere. Film, libri, cartoni animati, giocattoli, telegiornali, giornali, serie TV, sport. Personalmente? Preferirò sempre un ragazzino di 13 anni che ruba una macchina in GTA ad uno che tira un fumogeno in un campo da calcio bestemmiando. De gustibus?

A proposito – Un piccolo consiglio: giocate, almeno una volta, ad un videogioco. O almeno guardatene uno, seriamente e senza pregiudizi. Se non riuscite a fare nemmeno questo, allora guardate lo scorrere dei titoli di coda di un qualsiasi gioco mediamente complesso. Saranno 5 minuti decisamente noiosi, vi avverto. Nomi su nomi, poi nomi e, dopo, nomi. Finito il tutto, chiedetevi una cosa: possibile che così tante persone possano essere impiegate per un qualcosa di stupido e frivolo? Si badi, non è un giudizio sul gusto. I videogiochi possono anche non piacere, è lecito. Ma non per questo devono essere merce idiota confezionata per idioti. Iniziare a trattare i videogiochi con un po’ più di rispetto, imparare a conoscerli per sommi capi, potrebbe aiutare ad inserirli nel giusto contesto, sociale ed educativo. Perché non sono tutti “giochetti uguali”. Sono produzioni complicate e complesse, che richiedono talento artistico e grandi nozioni tecnologiche. E, soprattutto, che non iniziano e finiscono con il pur ottimo GTA. Conoscerli, prima di parlarne, aiuterebbe ad evitare di fare figuracce.

Pubblicato il 27 aprile 2017

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