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8 marzo, c’è ancora tanto da fare
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Il fatto che le donne nel 2017 abbiano ancora bisogno di una giornata mondiale dedicata per rivendicare i propri diritti è già di per sè una sconfitta sociale. Qualcosa che fa capire che non si è fatto abbastanza per colmare le disuguaglianze, anche nei paesi occidentali. Perché le donne devono ancora scegliere tra carriera o famiglia e, nel caso scelgano la carriera, sono costrette ad una paga più bassa, a continui torti e discriminazioni rispetto ai colleghi uomini.

Se in occidente ci sono ancora discriminazioni di questo tipo, nel resto del mondo va anche peggio. Le donne vengono assassinate o picchiate per un nulla o, meglio, per paura di non essere più in grado di sottometterle.

L’8 marzo come tutte le ricorrenze ha una storia importante che parte agli inizi del ‘900. L’8 marzo sono le donne socialiste americane del 1908 e del 1910 a porre l’attenzione per la prima volta sulla condizione femminile dell’epoca. Per questo si fecero promotrici di una giornata globale dedicata ai propri diritti, con l’intento di creare una grande mobilitazione che unisse le rivendicazioni sociali a quelle politiche relative al diritto di voto femminile. Sono le donne di San Pietroburgo del 1917 che guidarono una grande manifestazione che contribuì alla fine della guerra e a portare la fine dello zarismo. Sono le donne partigiane della seconda guerra mondiale che hanno preso parte attiva alla sconfitta del nazifascismo, in parte le stesse donne che negli anni ‘70 hanno preso coscienza del proprio corpo e dei propri diritti.

La memoria è importante, ma non basta se resta fine a se stessa. Nel passato le donne in occidente hanno vinto le proprie battaglie perché hanno lottato. Ma come per tutti i diritti non è sufficiente ottenerli, bisogna continuare a lottare anche per mantenerli o si rischia che vadano persi.

L’8 marzo di oggi sono le donne della resistenza curda all’Isis. O Waris Dirie, modella e scrittrice tra le più attive al mondo contro la pratica dell’infibulazione femminile, metodo crudele che coinvolge ancora 130 milioni di bambine in molti paesi africani. O Malala Yousafzay, che a 17 anni è diventata la più giovane ad aver mai vinto il Nobel, che è un simbolo dei diritti civili e dell’alfabetizzazione delle donne pakistane. O ancora Mobina Sai Khairandish, donna che da quasi dieci anni dirige una delle prime stazioni radiofoniche indipendenti in Afganistan, dopo la caduta del regime talebano.

Questi sono solo alcuni dei nomi più noti della nostra epoca. Purtroppo tanti li abbiamo tralasciati e altrettanti non li conosciamo. Ma l’8 marzo è anche altro: le donne che denunciano i maltrattamenti subiti, che fuggono dalla guerra per dare un futuro migliore ai propri figli, anche a rischio di subire violenze di ogni genere.

Sono tutte quelle donne che non aspettano che qualcun altro vada a salvarle, ma essendo consce delle proprie forze e delle proprie capacità si mettono in gioco per chi non ci riesce. Che non sia un 8 marzo di festa, perché da festeggiare c’è ancora troppo poco, ma di lotta e di piazza e non solo di “pizza”.

Pubblicato il 8 marzo 2017

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