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Il 27% del Parlamento ha cambiato partito
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Entrano rossi. Diventano verdi. Escono blu. Altro che noia e tranquillità: in Parlamento si balla, anche più che in una discoteca. Stando gli ultimi dati di Openpolis, dall’inizio dell’attuale legislatura ad oggi sono stati 338 i cambi di gruppo parlamentare, cioè lo spostamento da partito ad un altro. Un fenomeno che ha riguardato ben 264 parlamentari, circa il 27% del totale.

Giri di valzer – Ma da e verso dove si spostano questi parlamentari? Scorrendo la lunghissima lista di trasferimenti, il quadro che si delinea è abbastanza chiaro. A rimetterci più di tutti è certamente Forza Italia, entrata in Parlamento come Popolo della Libertà, che ha dovuto salutare la bellezza di 104 membri. Un vero e proprio esodo, che è principalmente andato ad ingrossare le fila del Nuovo Centro Destra (+55 parlamentari) e del gruppo ALA di Denis Verdini (fermo a +34). A perderci pure il Movimento 5 Stelle. Tra epurazioni, addii e rotture, sono 37 gli ex pentastellati fuggiti. Questi si sono sparpagliati un po’ lungo tutto l’arco parlamentare: si va dall’immancabile gruppo misto al PD, dalle formazioni di sinistra ad alcuni curiosi casi di adesione a NCD e ALA.

Dall’altra parte del muro – Osservando le migrazioni nel loro complesso, appare evidente come queste abbiano sostanzialmente ingrossato la maggioranza, sfruttando come navette ALA e NCD. È proprio quest’ultimo il caso più curioso: NCD non è mai passato per le urne (nel 2013, data delle ultime elezioni politiche nazionali, nemmeno esisteva), eppure oggi si trova ad avere incarichi di prim’ordine dentro il Governo. Il tutto pur essendo per buona parte composto da parlamentari teoricamente entrati alla Camera e al Senato come esponenti d’opposizione.

Giusto ma non corretto? – I repentini cambi di partito da parte di politici eletti alla Camera o al Senato non sono certamente un problema che nasce in questa legislatura. Certo, è vero che l’attuale Parlamento segna un piccolo record sui precedenti: ora si viaggia sui 9 cambi di gruppo parlamentare al mese, mentre durante la legislatura precedente ci si era fermati a 4. In ogni caso, è da tempo che l’insofferenza, specialmente tra gli elettori, è sensibilmente in crescita rispetto a questo tipo di pratica. Dopotutto votare qualcuno che finisce per fare esattamente l’opposto di quanto promesso è avvilente, se non addirittura peggio. Il risultato? Disaffezione per le urne, rigetto della politica, abbandono della vita democratica, astensionismo.

La legge e la politica – Stando in punta di diritto, il cambio di gruppo è una facoltà riconosciuta ad ogni parlamentare dall’articolo 67 della Costituzione. L’assenza del vincolo di mandato, sancita da tale articolo, non lascia spazio ad alcun genere di dubbio: ogni eletto può gestirsi in totale autonomia, senza che nessuno possa imporgli alcunché. Nemmeno i cittadini che lo hanno eletto. Una misura allora pensata a tutela della democrazia stessa, per evitare che partiti o formazioni composte da un numero ristretto di persone potessero minacciare la libera attività del Parlamento, prendendone indirettamente il controllo assoluto. Ma davanti a 338 cambi di casacca con il 27% degli eletti coinvolti, chiedersi se tale strumento sia ancora a tutela della democrazia è quantomeno doveroso.

Soluzioni e risposte – Sul piatto qualche soluzione è stata messa. Il Movimento 5 Stelle, ad esempio, ha in più occasioni previsto sanzioni per i propri eletti qualora volessero cambiare formazione politica. Misure ovviamente inapplicabili visti i limiti costituzionali, ma sintomatiche di un clima che piace poco. Specialmente a chi sa di non avere le risorse necessarie a catalizzare fenomeni migratori. Al di fuori delle discutibilissime pene pecuniarie dei pentastellati, nessuno ha però mai proposto altre soluzioni. Quasi il problema, in realtà, non esistesse. O non fosse degno di soluzione. È ovviamente difficile imputare il crescente astensionismo ad un solo fattore, ci mancherebbe. Ma non è difficile immaginare che parte del problema sia la mancanza di fiducia tra eletti ed elettori. Una revisione dell’articolo 67 della Costituzione potrebbe forse aiutare?

Pubblicato il 19 gennaio 2017

Fotografia di Presidenza della Repubblica tratta da wikipedia.it con licenza "Attribution"

Lo studio di OpenPolis

I partiti in lista alle scorse elezioni politiche (Camera - Senato)

L'articolo 67 della Costituzione

 

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